Guida ai fondi di musicali per chitarra nelle biblioteche
italiane
Conclusioni di
Massimo Agostinelli
Una lunga ricerca ed un paziente studio sulle musiche per
chitarra appartenenti ai fondi bibliotecari italiani, sviluppatisi attraverso
l'indagine diretta presso quasi tutte le sedi bibliotecarie della penisola, ha
svelato a noi stessi, prima che all'intero pubblico della chitarra, un immenso
patrimonio di opere musicali scritte nella prima metà dell'Ottocento. Il nostro
successivo intento è stato di rivitalizzare una buona parte di lavori ritenuti
meritevoli, presentandoli nei programmi da concerto, facendo delle revisioni
critiche presso vari editori, ponendoli a confronto con gli allievi, per un uso,
quando è stato possibile, di tipo didattico. L'esame di tante musiche ci ha
anche permesso di ridisegnare, almeno in parte, il repertorio di quel periodo,
sotto il profilo storico, e ci ha offerto molte nuove informazioni soprattutto
sulle schede biografiche di molti musicisti, alcuni fino ad oggi sconosciuti,
che scrissero per il nostro strumento.
Ora, dopo tanto impegno, la prima considerazione che si può
trarre è che esiste ancora da più parti una notevole indifferenza nella
valutazione artistica e musicale di tale patrimonio. Ci si riferisce in primo
luogo ai concertisti, i quali difficilmente si pongono il problema di ampliare
il loro repertorio con nuove proposte, rimanendo più comodamente ancorati a
composizioni note e collaudate, ma ci si rivolge anche ai ricercatori, molto
spesso spinti da tematiche altisonanti, evitando di intraprendere il difficile
percorso di una meticolosa quanto necessaria ricostruzione storica.
Il disinteresse attorno a tale questione è ancor più
paradossale se pensiamo alla grande quantità di opere che, come abbiamo visto,
sono conservate nelle nostre biblioteche ed archivi: nella nostra indagine si
sono individuate oltre duemila composizioni a stampa originali per chitarra,
databili prima metà del XIX secolo. A queste vanno aggiunte le partiture
manoscritte, che sono nell'ordine di un migliaio. Oltre duecento compositori per
chitarra hanno creato questo prezioso patrimonio musicale italiano, e la metà
di questi rimane tuttora completamente sconosciuto al mondo chitarristico, anche
quello maggiormente accorto ed inforrnato.
Grazie a tale ricerca sono venuti alla luce musicisti di tutto
rispetto, sicuramente degni di occupare un posto, seppur secondario, nella
storia ottocentesca dello strumento: è il caso ad esempio di Gabriello Melia,
chitarrista romano il quale ha lasciato lavori senz'altro di pregio, e che
stenta ancora ad essere menzionato in qualsiasi dizionario, saggio, analisi
storica. Ma la stessa cosa può dirsi per Antonio Maria Nava, compositore
molto prolifico e buon autore di musica cameristica: attualmente non esiste
studioso che, attorno a tale figura, sappia poco più dei soliti cenni
biografici. Nessun interesse ancora per Giacomo Monzino, autore milanese
per chitarra e liutaio dalla indiscutibile importanza storica, del quale si
rileva a malapena la conoscenza del nome da parte dei cultori dello strumento.
Poca attenzione anche per Luigi Moretti, Giuseppe Anelli, Pietro
Bottesini, Luigi Picchianti, Pietro Pettoletti, Luigi
Castellacci, chitarristi compositori i quali ebbero, nel loro periodo di
attività, una ampia rinomanza europea. Assolutamente ignorati infine altri nomi
appartenenti a circoscritte scuole locali, come Luigi Bacigalupo, Stefano
Fontana, Giuseppe Ricca, Luigi Sommariva, Stefano Cogni,
Gaetano Marani, Raimondo Cuboni: di tali musicisti abbiamo
analizzato opere cameristiche, manoscritte e mai pubblicate nell'Ottocento, che
dovrebbero per lo meno essere poste a conoscenza di ogni serio studioso della
letteratura chitarristica.
Gli autori citati costituiscono secondo noi l'ossatura di un
repertorio dell'Ottocento strumentale italiano scarsamente approfondito. Attorno
a questi di dipana una sterminata schiera di dilettanti ed appassionati della
chitarra, ognuno dei quali ha offerto un contributo compositivo dalla
discutibile qualità artistica, ma che comunque è rappresentativo di un momento
storico, e si è tradotta come una presenza vitale per la chitarra. La
dimostrazione di questa diffusa popolarità dello strumento è l'esistenza,
anche nelle biblioteche dei centri più piccoli, di molte composizioni per
chitarra.
Va anche affermato che la noncuranza di varie biblioteche dei
fondi in loro giacenza, può solamente aver alimentato l'indugio di tanti
ricercatori nell'affrontare uno studio sull'argomento: molte sedi sono
effettivamente impreparate ad offrire un servizio adeguato. Impensabile che, in
un'epoca di grande trasformazione dell'archivistica, grazie ai potenti mezzi
telematici ed informatici, si debba consultare le opere a volte privati di una
catalogazione, un riferimento minimo di schedatura. Assolutamente inaccettabile
che si debba ritrovare musiche andate da decenni disperse nel disordine degli
scaffali, come sovente ci è capitato, e che si debba constatare che molti
spartiti si siano perduti perché sottratti da terzi, a causa di un'incuria dei
responsabili, oltre che certamente da un incivile comportamento di qualche
visitatore.
Abbiamo sofferto di fronte alla chiusura al pubblico, in
alcuni casi da vari anni, di qualche sede bibliotecaria, anche importante:
lungaggini inspiegabili e mancanza di sostegno economico inibiscono di fatto la
consultazione di fondi che potrebbero rivelarsi fondamentali per una
ricognizione storica attendibile ed esauriente. Eppure sembra che si voglia in
tali casi minimizzare, rimandando sempre ad altri le responsabilità, soffocando
quello che è semplicemente un normale diritto di chiunque abbia l'interesse di
fare ricerca sul patrimonio musicale del proprio paese.
Il contesto su cui ci si è mossi comunque non è del tutto
negativo, anzi, riteniamo che sia più favorevole di qualche tempo addietro. Con
piccoli sotterfugi, conoscenze e molta insistenza, stimolata quest'ultima dal
convincimento dellíesattezza delle proprie ragioni, abbiamo consultato oltre
cinquanta biblioteche ed archivi privati: dovunque siamo stati in grado di
raccogliere materiale, in fotocopia o in microfilmatura, per una attenta analisi
delle composizioni. Soltanto un paio di collezionisti privati non hanno dato il
minimo assenso a far esaminare le partiture in loro possesso, posizione
ovviamente lecita quanto inspiegabile.
Non rimane che congedarci, consegnando questa disquisizione
ricognitiva delle musiche esistenti in Italia a chiunque voglia intraprendere
un'iniziativa più concreta, ai fini nuove di realizazioni discografiche, nuove
proposte esecutive e, soprattutto, nuove produzioni editoriali.
Questo è solamente un primo spunto per sviluppare fin da
subito la ricerca storiografica, ed ovviamente non ha la pretesa di concludere
l'argomento.
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