Just Classical Guitar Club

il club degli amanti della chitarra con corde di nylon

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Giorgio Balboni

(1911-1985)

G. Balboni con chitarra mezzalyraLa figura del chitarrista  Giorgio Balboni si colloca nell’ambito dei pionieri della chitarra classica, appartenente ad una generazione senza la quale la moderna didattica e il concertismo oggi  raggiunto probabilmente non sarebbero esistiti.

Tralasciando i grandissimi nomi, quali ad esempio Andrés Segovia o il suo diretto e miglior discendente Alirio Diaz che hanno concretizzato la storia dello strumento sottraendolo dal concetto di dilettantismo ingiustamente associato per oltre due secoli, Giorgio Balboni ha agito prevalentemente in una realtà locale, quella della Ferrara del Novecento, laddove l’unica alternativa musicale era rappresentata quasi esclusivamente dalla ancora oggi attiva e centenaria Orchestra a Plettro “Gino Neri”.

Perfezionò lo studio della chitarra in massima parte in modo autonomo frequentando inizialmente negli anni ‘30 a Bologna il chitarrista liutaio e compositore Luigi Mozzani, da cui apprese diverse lezioni. Fece amicizia con i familiari e soprattutto Carmen Lenzi Mozzani, Alfonsina e Lina, rimanendone legato attraverso un’amicizia profonda che continuò per molti anni.

Per il resto proveniva dalle forme autodidatte quasi assolute non avendo mai più avuto la possibilità di imparare concretamente, anche per via del successivo trasferimento di Mozzani con il suo laboratorio a Rovereto di Trento e la conseguente mancanza  totale di altre scuole musicali chitarristiche poste nelle vicinanze.

E’ stato allievo e maestro di se stesso raggiungendo ragguardevoli risultati dove probabilmente lo stupire l’ascoltatore attraverso virtuosismi tecnici velocissimi al limite del possibile, allora contava più della vera interpretazione e musicalità espressiva che sarebbe emersa in Italia definitivamente soltanto vent’anni dopo l’avvento di Segovia, quando negli anni cinquanta venne a tenere i corsi all’Accademia Musicale Chigiana di Siena.

Nonostante ciò, Balboni intendeva praticamente tutto il repertorio classico romantico della chitarra, la tecnica per renderlo l’aveva acquisita…e non poca! Le sue esecuzioni erano impressionanti, talvolta la manualità dei passaggi sullo strumento richiedeva un affaticamento incredibile di studio ed esercizio ignorando quanto le stesse e diverse posizioni da adottare si potessero realizzare in maniera molto più semplice e funzionale attraverso la conoscenza di una didattica formativa che a lui mancava. Subì addirittura ben due interventi chirurgici alla mano sinistra a seguito di una paralisi causata da sforzi dovuti a tensioni errate sviluppate sulla tastiera della chitarra, continue e non controllate.

Era nato a Ferrara il 7 settembre del 1911,  da ragazzo visse con la famiglia in via Porta d’Amore 1, pieno centro storico, in un ambiente artistico. Infatti il padre Attilio, liutaio per passione, costruiva chitarre e strumenti a plettro molto apprezzati a quell’epoca, suonando anch’egli la chitarra che insegnò a molti appassionati, Giorgio in primis. La sorella Vittoria fece invece l’insegnante musica e violinista di professione pur non giungendo a livelli tali da riuscire a sfondare nel concertismo e nella grande notorietà.

Le condizioni sociali poco abbienti di allora non consentivano a tutti i giovani di frequentare al completo le scuole di base e come tale anche Giorgio non andò oltre il sesto anno di istruzione.

Nel 1932 si sposò, andò ad abitare in via Argine Ducale sempre nel comune estense,  ebbe successivamente due figlie che perirono in un bombardamento aereo nel 1943 durante il conflitto bellico.

Come per tutti i chitarristi del periodo era difficile vivere materialmente con la chitarra, pertanto per mantenersi occorreva avere un altro lavoro; infatti nel dopo guerra accettò, e  per diverso tempo, di svolgere la mansione di custode alla Maserati di Modena, poi negli anni settanta entrò come musicista alla Farfisa di Osimo nell’anconetano, celebre fabbrica di vari strumenti, soprattutto fisarmoniche, ove ottenne l’incarico di specialista nel controllo qualità delle chitarre prodotte.

Fu parte integrante e primo chitarrista dell’Orchestra a Plettro G. Neri di Ferrara e della scuola annessa in qualità di insegnante del suo strumento, rappresentandolo attivamente attraverso i numerosi concerti ed intrattenimenti tra gli anni cinquanta  e i primi ottanta.

Visse in continuo antagonismo e rivalità con l’altro chitarrista ferrarese Leonida Squarzoni, sempre secondo a lui, tra l’altro stesso allievo alcuni decenni prima, tant’è che in orchestra vi fu una continua alternanza di presenze in quanto i due nella medesima fila di chitarre non potevano coesistere.

Ha avuto molti studenti tra cui i fratelli Edoardo e Gianluca Nannetti, Franco Sartori, Maurizio Pagliarini poi Alberto Vingiano e numerosi altri divenuti successivamente chitarristi professionisti a tempo pieno.

Gli ultimi anni della sua esistenza furono caratterizzati da una vita sgretolata, senza fissa dimora, ospite regolarmente presso amici e parenti, fintanto che a seguito dell’interessamento del Sen. Mario Roffi, presidente per decenni dell’Orchestra Gino Neri,  gli venne concessa una stanza ammobiliata presso uno studentato universitario sito in via Luigi Borsari.

Dal carattere austero e mentalmente autarchico, generoso ma al tempo stesso assai litigioso, poco socievole ed incline all’introversione, provato da una vita segnata da lutti e restrizioni, abbandonato dalla moglie dalla quale si separò molto tempo prima tra l’altro a causa dei sopraggiunti numerosi problemi economici, morì in solitudine il 15 febbraio del 1985 nella sua città dov’era nato 73 anni prima.

Già nel 1937 si scriveva di lui: "distinto chitarrista contemporaneo ed insegnante di chitarra dimorante a Ferrara. È stato per molto tempo maestro del chitarrista Leonida Squarzoni di Ferrara dimostrando un’abile capacità didattica." (…) (dal Dizionario dei Chitarristi Italiani, Rivista “La Chitarra” – Editrice, Bologna, 1937).

(testo tratto da "Ricordo di Giorgio Balboni nel 25° Anniversario della scomparsa" di Edoardo Farina, con il permesso dell'autore)